Il rancho Belén
Belén è e sarà sempre un rancho di pietra nell'anima delle sierre di Córdoba.
Muri saldi, come quell'abbraccio che mi sorresse da bambina, quando ancora non sapevo che anche i luoghi amano, che ci sono case che ci abitano molto tempo dopo che le abbiamo lasciate.
Lì, il ruscello cantava i suoi segreti sotto lo sguardo antico delle alture, tra salici che sfioravano l'acqua e espinillos che profumavano l'aria. La terra parlava a bassa voce e io, senza saperlo, imparavo la lingua delle mie radici.
Le notti di Belén erano un manto sacro. La Via Lattea tendeva le braccia sulle sierre e il cielo, acceso di stelle, sembrava più vivo del giorno. Sotto quell'immensità eravamo così piccoli e, allo stesso tempo, così parte dell'eterno.
—Accetto, retruco!—
E la veranda esplodeva di vita. Le carte portavano i segni del tempo, le mani, la memoria di tante partite, e le voci si incrociavano come strade che tornano sempre a incontrarsi.
Si mescolavano le chiacchiere, le grida, le battute, i brindisi e le risate. La griglia ardeva con le sue eterne ceneri, sempre pronta ad accendere un'altra festa. E tra un «aro, aro, aro!» e l'altro, il bombo e la chitarra liberavano a poco a poco canzoni che nessuno aveva previsto e che finivano, tante volte, in lacrime di gioia.
Fuori, la notte. Dentro, la famiglia. E in mezzo, quel modo così nostro di celebrare la vita senza aver bisogno d'altro che di stare insieme.
Perché Belén non è mai stata soltanto una casa. Era il nonno, gli zii, i cugini, i miei fratelli. Era il rumore di tante generazioni che facevano di una stessa tavola un piccolo universo.
Era la radice affondata nella terra antica, il rifugio a cui tornava il mio cuore quando il mondo faceva male. Un luogo dove c'era sempre posto, dove il tempo sembrava rallentare il passo e la vita, per un istante, smetteva di chiederci tanto.
Oggi la pietra è ancora lì, salda e generosa, a dare riparo ad altre vite, a custodire tra le sue mura la promessa di nuovi ricordi.
E anche se altre voci riempiono le sue stanze, anche se altre mani accendono il fuoco, c'è qualcosa di me che rimane lì, come rimane il muschio tra le pietre, come il mormorio dell'acqua che non finisce mai di andarsene.
Perché Belén vive intatta nel mio petto: rancho amato, casa d'infanzia, tempio di stelle.
Vive nel profumo della peperina, nel sapore selvatico del piquillín, nel ruscello ingrossato dopo il temporale, nello scricchiolio della terra bagnata, nel galoppo di un cavallo e nel bombo che ancora risuona in qualche angolo della mia memoria.
Vive nella chitarra che chiama a raccolta, nelle voci che si levano, nell'abbraccio che non fa domande, nella risata che ci restituisce a chi eravamo.
E quando chiudo gli occhi, torno.
Torno alle sierre, alle notti infinite, alla veranda accesa, alle carte sulla tavola, ai miei cari, a quella felicità semplice che allora sembrava quotidiana e che oggi riconosco sacra.
Forse è per questo che ci sono luoghi che non lasciamo mai del tutto. Perché non sono soltanto terra, pietra, acqua o cielo: sono l'abbraccio di chi ci ha amati, l'infanzia che ancora ci respira, la parte di noi che il tempo non ha potuto portarsi via.
Le sierre di Córdoba saranno sempre questo: un pezzo di mondo dove la mia anima sa tornare.
Lì, tra il ruscello e le stelle, tra il profumo delle sierre, il volo del condor e l'eco lontana di una chitarra, il tempo si fa lento, la memoria trova riparo e il cuore, finalmente, riposa.
*Belén: il luogo dove ho imparato che ci sono amori che non se ne vanno. Restano nella pietra, nella terra, nel sangue.
E per sempre, nell'anima.*
Victoria Inaudi Gennaio 2025